No Tav, 23 marzo 2013, tantissimi 80.000, sotto la pioggia

Pubblicato il da ilfogliorossodivicenza-nordest

«Non deleghiamo a nessuno, è una lotta popolare»

Nell'album di famiglia dei No Tav, quella del 23 marzo resterà tra le manifestazioni più grandi assieme a quella del 2005 e del luglio 2011. Una prova molto importante per un movimento che esprime altissimi livelli di mobilitazione a dispetto della costosissima militarizzazione della Valle e del lavorìo della trivella che scava lentamente per realizzare un tunnel preliminare, la galleria geognostica esplorativa. «Non faccio mai numeri, ma sono rimasto impressionato, è la manifestazione più grande che abbia mai visto», dice uno dei leader del movimento No Tav, Alberto Perino, all'arrivo a Bussoleno, da Susa, dopo otto chilometri di marcia sotto la pioggia. «Considerando che da fuori saranno venute circa 5mila persone e che in valle ne abitano circa 60mila, si capisce quanto grande è stata la partecipazione dei valsusini. Per la prima volta ho visto persone che non avevano mai sfilato prima e che nemmeno mi sarei aspettato».
Consueto lo spiegamento di forze ai caselli autostradali e sulle due statali tracciate tra Torino e l'alta valle. Posti di blocco dove mettere in scena il filtraggio dei manifestanti molti dei quali fotografati assieme al loro documento di identità. Radio Black Out, da Torino raccomanda «prudenza» e rimbalza gli avvistamenti segnalati dagli ascoltatori. Viene fermato, ad esempio, chi arriva da Brescia o da Trento. Due pulmini genovesi identici arrivano insieme: uno dei grillini, l'altro del movimento. Indovinate quale sarà perquisito? A Porta Nuova una schiera di controllori fuori dall'ordinario. Il treno è strapieno ma l'atmosfera è buona. Ancora la radio consiglia di partire da stazioni dell'hinterland non presidiate. Una pratica cilena, quella della polizia e della Gdf, da esercito occupante ma che, da vent'anni, non ha impedito al movimento di crescere, di diventare un laboratorio originale, di espandersi molto oltre i confini della Valle.
Chi ne ha studiato le dinamiche, come il sociologo Loris Caruso, ha posto l'accento sulla capacità di creare istituzioni di movimento - i presìdi - capaci di stabilire una desiderabilità della partecipazione completamente assente o difettosa in altre esperienze e formule. La massiccia partecipazione dei valligiani ha confermato lo schema e l'arrivo di spezzoni di manifestanti soprattutto dal Norditalia ha fatto il resto.
Un centinaio di aderenti al comitato «No Dal Molin» di Vicenza, che s'è battuto in questi anni contro la nuova base americana in Veneto, ormai realizzata, è al corteo, partito all'albacon due pullman. Da Susa il presidio permanente rilancia con un invito a Vicenza per sabato 4 maggio, quando alla nuova base americana è prevista l'iniziativa «Porte aperte» rivolta alla cittadinanza berica. «Anche noi entreremo ma non per ringraziare gli statunitensi della loro occupazione».
Il corteo è attraversato da una domanda: riusciranno i parlamentari dichiaratamente ostili alla grande opera a fermare la trivella? Perché la novità è che, tra cinquestelle e Sel, che hanno spedito un centinaio di parlamentari a visitare il cantiere in mattinata, la scena istituzionale potrebbe essere meno ostile alla Valle.
Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, è una presenza assidua alle scadenze No tav. Interpellato da Liberazione spiega che i parlamentari a 5 stelle e di Sel siano «fino ad ora sembrano molto più attenti al gioco politico che ai contenuti del movimento. Serve un'offensiva forte sul modello di sviluppo, serve una pressione perché si realizzi una sinergia tra chi è in parlamento e i movimenti fuori».
Dalla parallela Val Sangone, Donella e Luigi, una cinquantina d'anni entrambi, spiegano che «non possiamo delegare ai partiti ma possiamo andare avanti insieme. Anche i grillini non sono tutti uguali». Tra loro c'è chi alle recenti elezioni ha votato Rivoluzione civile e Pcl.
«Può essere utile che ci siano parlamentari contrari alle grandi opere ma noi proseguiamo con la lotta», dice Daniele, No Tav di Torino, una sessantina d'anni, abbastanza da ricordare la firma di Prodi sul progetto e il codismo della sinistra che era all'epoca fece harakiri al governo. Sulla stessa lunghezza d'onda Claudia, la moglie di Dario Fracchia, sindaco di Sant'Ambrogio, a metà strada tra Bussoleno e Torino: «Il movimento non si identifica con nessuna forza politica», dice a proposito della presenza istituzionale in Valle, mentre il corteo sfilla sotto una pioggia sottile.
Come sempre, accanto alle realtà di movimento e ai partiti ci sono i gonfaloni e i sindaci - De Magistris l'ha fatto arrivare da Napoli - gli amministratori sono l'altra gamba della galassia che resiste all'ingombrante presenza della trivella, dell'esercito di occupazione e delle mafie dei cantieri.
A manifestare anche i vigili del fuoco dell'Usb, le uniche divise viste di buon occhio dal movimento. Dice Giovanni Maccarini del coordinamento nazionale: «Sono qui perché sono cittadino di Alessandria e fortemente convinto di questa lotta ma soprattutto siamo contrari alla militarizzazione del nostro corpo. Non vogliamo essere usati per fare repressione come purtroppo capita qui in Val Susa come durante il G8 o per gli sfratti... Vogliamo occuparci della salvaguardia e della sicurezza del territorio. Per questo siamo qui oggi ed eravamo a Roma mesi fa per il NoMonti day». Tra le bandiere quelle del sindacato di base, di Rifondazione, Sel, Arci e tutte le altre sigle della sinistra. Ma sono una minoranza consistente nel mare bianco e rosso di quelle No Tav. Neanche una, secondo una precisa direttiva di partito, del M5s. Buona la presenza del Prc con centinaia di compagni.
C'è anche una delegazione, quattro bus, di No Tav francesi con Daniel Ibanez, loro coordinatore del movimento No Tav francese, che ha preso parte prima del corteo alla visita dei parlamentari di M5S e Sel al cantiere della Tav di Chiomonte (Torino). «Siamo riusciti a entrare tutti - dice ancora Perino indicando - la militarizzazione senza senso dell'area archeologica di Chiomonte trasformata in bivacco di manipoli di tutte le forze dell'ordine. Questo non è un cantiere, è un fortino». Due pullman con a bordo gruppi di parlamentari del Movimento 5 Stelle e di Sel hanno fatto il loro ingresso nel cantiere Tav di Chiomonte. Ognuno di loro è accompagnato da un rappresentante del movimento NoTav. Le forze dell'ordine restano distanti lungo le reti. «Tutto molto anomalo se si pensa che i controlli per noi sono quotidiani», spiega Nicoletta Dosio di Bussoleno, tra le figure "storiche" della Valle che resiste. «La presenza di giornalisti e parlamentari ha indotto le forze dell'ordine a tenere un atteggiamento molto diverso da quello abituale».
Marco Scibona, senatore grillino, annuncia che lunedì chiederanno in Parlamento una commissione di inchiesta sulla Tav. Alberto Airola, altro senatore grillino, appena uscito dal cantiere dice: «Sono no tav da molti anni ed è una grande emozione entrare nel cantiere ma soprattutto scoprire come in due anni abbiamo scavato solo 30 metri. Non vedo possibile il proseguimento dei lavoro soprattutto con questo spiegamento di forze dell'ordine che vorrebbe dire impiegare tutto l esercito per metterlo in sicurezza. Viene confermato quello che già sapevo, che è un'opera inutile, il luogo del fallimento della politica nazionale».
Botta e risposta tra un parlamentare del Pd, il pasdaran della devastazione della Valle, Stefano Esposito, e uno di M5s durante la visita. «Se voi votate la fiducia al governo, vi prometto che non facciamo più la Tav», l'ha buttata lì Esposito. «Assolutamente no, nessun inciucio», ha risposto di rimando Ivan della Valle. «Ma l'Italia è in grado di sostenerla economicamente la Tav - chiede Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati di Sel - anche chi negli anni è stato favorevole ha il dovere di chiedersi oggi, di fronte ai drammi del Paese, se questa è la priorità di spesa.
Tra i lavori propedeutici alla nuova ferrovia Torino-Lione ci sono quattro “discenderie", o cunicoli esplorativi: tre già ultimati in Francia, il quarto in Italia, a Chiomonte. I vertici di Ltf, la Lyon Turin Ferroviarie, società responsabile della parte transnazionale della nuova Torino-Lione, hanno guidato senatori, deputati e accompagnatori nei sette ettari del cantiere della Maddalena, dove lo scavo è arrivato a 30 metri dall'imbocco della galleria. Il tunnel, che a fine lavori misurerà 7.500 metri, oltre a dare ulteriori informazioni sulla struttura del massiccio montuoso attraversato dalla Tav, porterà al livello della futura maxi-galleria da 57 chilometri, tra Italia e Francia. L'avvio vero e proprio del cantiere di Chiomonte è stato dato alla fine dello scorso novembre, dopo quasi un anno e mezzo di lavori preparatori, dopo che l'area è stata sottratta al presidio permanente di del movimento. La maggior parte del materiale di scavo, denso di materiali tossici, sarà convogliato fuori dal tunnel da nastri trasportatori e poi portato nel deposito interno al cantiere, esteso su oltre 7 ettari tra Chiomonte e Giaglione che, a fine lavori, sarà rinaturalizzato. Il costo ufficiale del tunnel è di 143 milioni di euro (Iva esclusa) di cui 65,5 finanziati dalla Ue; l'Italia contribuisce con 50,75, la Francia con 26,75.

Blasco (red) da www.liberazione.it
 
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