D’Alpaos: “Bacino di Caldogno? Da solo non serve”

Pubblicato il da ilfogliorossodivicenza-nordest


 Scritto da Luca Matteazzi il 16 novembre 2012 su www.nuovavicenza.it

 

  

Luigi D’Alpaos

«Il bacino di Caldogno? Serve ad abbassare l’acqua dalla cintola alle ginocchia». Cioè a limitare un po’ i danni, non certo a risolvere il problema. Non da solo, almeno. Questa volta a mettere in discussione quello che in questi giorni è presentato come la soluzione di tutti i mali – l’invaso antipiene a nord della città – non è un contadino arrabbiato per la perdita dei propri campi o un qualche esponente dei comitati locali, ma uno dei maggiori esperti in materia di fiumi e alluvioni. Quel professore Luigi D’Alpaos, ordinario di idraulica all’università di Padova, che già dopo la devastante piena del 1966 ha fatto parte dei lavori della famosa commissione De Marchi (i cui suggerimenti sono rimasti sostanzialmente inascoltati) e che da allora ha continuato a seguire l’evoluzione dell’idrografia regionale. E che adesso torna a ripetere: «Il bacino di Caldogno è un passo avanti, rispetto al nulla di adesso. Ma da solo non basta. Si dovrebbe intervenire anche con altri provvedimenti».
Non è la prima volta che D’Alpaos batte su questo tasto. Un’analisi della situazione vicentina scritta insieme al collega Paolo Martini in cui la stessa tesi è argomentata in modo più ampio è stata pubblicata nell’inverno del 2010 su “Professione Ingegnere”, la rivista dell’ordine provinciale degli ingeneri. Con le stesse conclusioni: «Alla luce dei fatti la cassa di espansione sul Timonchio a Caldogno non risulta da sola sufficienti a salvaguardare il territorio vicentino», scrivevano D’Alpaos e Martini.
Si era all’indomani dell’alluvione di Ognissanti 2010, e l’analisi dei due ingegneri metteva a confronto, dati alla mano, la situazione di quell’anno con quella del 1966: precipitazioni, portata dei fiumi, altezza delle ondate di piena. Inoltre, ed è qui il punto centrale, basandosi su dei modelli di calcolo della portata dei fiumi elaborati dall’Autorità di bacino ricostruiva quanta acqua era fuoriuscita dagli argini in corrispondenza delle rotture e degli allagamenti: arrivando, nel caso di Bacchiglione, ad una stima approssimativa che oscillava tra i 10 e i 12 milioni di metri cubi. «Circa 160 metri cubi al secondo sono fuoriusciti in modo diffuso – annotavano – prima a Dueville e Caldogno e poi a Vicenza città, lungo il Bacchiglione e l’Astichello».
Se l’invaso di Caldogno potrà contenere, una volta ultimato, 3,3 milioni di metri cubi, è chiaro che non basta ad eliminare il rischio di fronte ad un evento come quello del 2010, quando il Bacchiglione a Ponte degli Angeli è stato per 16 ore ad un livello superiore ai 6 metri. E forse nemmeno in una situazione come quella dello scorso fine settimana, quando l’ondata di piena è stata imponente ma molto più breve. I suggerimenti conclusivi ricalcavano quelli già elaborati dalla commissione De Marchi quarant’anni fa e rimasti lettera morta: oltre ad interventi sulle sezioni del fiume all’interno dell’imbuto cittadino, per consentire il transito di almeno 250 metri cubi d’acqua al secondo (volume che rappresenta la soglia critica oltre il quale i fiume comincia ad esondare tra viale Diaz e Pone degli Angeli), si ribadisce infatti l’importanza degli invasi da realizzare a monte.
A Caldogno, certo, ma anche lungo il corso di Leogra, Timonchio e Orolo: in una zona piena di ex cave di ghiaia ed argilla, osservano gli autori, non dovrebbe essere troppo complicato individuare delle aree per recuperare almeno altri 4 o 5 milioni di metri cubi di volume, in modo ad arrivare a quel totale di 10 milioni di metri cubi che per la città rappresenta la vera soglia di sicurezza. A questi dovrebbero pi aggiungersi gli invasi sulla Dioma e sul Retrone (e anche la galleria scolmatrice, altra incompiuta di cui si parla da anni), e gli interventi sull’Astico: il bacino di Meda, anche nella versione ridotta a 6-7 milioni di metri cubi, per non toccare la zona artigianale di Velo D’Astico, e le ex cave di Mirabella, che possono contenere altri 10 milioni di metri cubi.
Si costituirebbe così un sistema in grado di assorbire anche gli eventi più eccezionali, come quelli del 1966 e del 2010. E di garantire sonni più tranquilli non solo a Vicenza, ma anche al Padovano. «Dopo anni di serenità Vicenza ha avuto due lezioni consecutive e adesso è al centro dell’attenzione – osserva adesso D’Alpaos – ma questo non ci deve far dimenticare che serve un’azione complessiva su tutto il bacino». Per farlo, però, serve un cambio di passo che finora non si è visto. «I pianti dei sindaci mi sembrano lacrime di coccodrillo. Dico sindaci in senso generale, nel senso che la situazione attuale è frutto delle scelte di chi ha amministrato il territorio negli ultimi decenni: basta guardare dov’è la zona industriale di Vicenza. L’urbanizzazione c’entra, non tanto per la quantità, ma per la scelta malefica delle aree su cui edificare, fatta sempre sotto le spinte inconfessabili dei soliti noti. E adesso ci stiamo passando di padre in figlio un debito che prima o poi va pagato. Invece di piangersi addosso e scaricarsi responsabilità, dovrebbero tirare una linea e cambiare passo. Non basta fare un elenco delle cose da fare, bisogna cominciare a farle».

Pubblicità
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post