Il tracollo dei consumi fa sparire i piccoli negozi. E i posti di lavoro
Crollano i consumi, i negozi chiudono e centinaia di migliaia di lavoratori si ritrovano a spasso. L’ultimo allarme sull’aggravarsi della crisi economica e delle sue conseguenze arriva dalle piccole imprese, le più colpite dalle dinamiche recessive. Impressionante è il dato, fornito oggi dalla Confesercenti, sulla spesa delle famiglie, che nel 2012 ha subito un tracollo di 35 miliardi (-4%). Una cifra enorme, e nemmeno si può sperare che nel 2013 la situazione migliori. «Secondo le nostre stime - spiega il presidente dell'Associazione, Marco Venturi - la contrazione dei consumi continuerà anche l'anno prossimo, sebbene a ritmo meno sostenuto, segnando una diminuzione di circa 10 miliardi (-1,2%). In due anni assisteremo quindi ad una contrazione della spesa per consumi interni di 45 miliardi di euro (-5,2%), per un totale di 2mila euro in meno spesi da ogni famiglia». L'impatto stimabile sul Pil, in termini di sottrazione di crescita, «è pari a 0,7 punti percentuali». In particolare, il biennio vedrà un calo della spesa del 6% nelle bevande alcoliche e tabacchi, dell'8,9% in abbigliamento e calzature, del 4,3% nei pubblici esercizi, del 3,4% nelle strutture ricettive, e del 4,2% nei beni alimentari e bevande. In quest'ultimo settore la perdita sarà più sostenuta per le carni (-5,3%) che nella frutta e verdura (-2,0%)
Le famiglie hanno meno soldi da spendere e perciò scelgono di fare i loro acquisti dove pensano di poter risparmiare, privilegiando supermercati e discount, complice anche la liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali. Tutto ciò ha condannato i piccoli esercizi in questi anni a una progressiva riduzione degli affari. Nel 2013 il fenomeno continuerà: la quota di mercato dei Piccoli esercizi, segnala ancora la Confesercenti, scenderà dello 0,6% nell'alimentare, attestandosi al 16,7%, e dello 0,5% nel no-food, al 41,1%. Ciò significa che molti altri negozi saranno costretti a chiudere. Nel settore alimentare (carni, frutta e verdura, pesce, pane e dolciumi) nei soli capoluoghi di Regione la sparizione di negozi è ormai diventata un’inarrestabile emorragia, tanto che, a fronte di una popolazione complessiva di 9 milioni 661 mila 440 abitanti, sono rimasti solo 17.768 esercizi commerciali del settore alimentare. Vale a dire meno di 2 negozi ogni mille abitanti (1,8). Si va da un minimo di 1,2 a Milano ad un massimo di 3,4 di Napoli. Un fenomeno negativo per l’economia ma anche per il territorio: «Si rischia una vera e propria desertificazione delle citta», avverte Venturi.
E d’altra parte come si può pensare che i consumi crescano se ogni giorno, a causa della crisi, vanno persi in media 480 posti di lavoro? Il calcolo è stato fatto dal Centro studi di Confartigianato prendendo in esame il periodo aprile 2008-dicembre 2012, vale a dire dall’inizio del ciclo recessivo fino a oggi. All'inizio di questo periodo in Italia gli occupati erano 23 milioni e 541 mila che sono scesi, secondo le rilevazioni dell'Istat, a 22 milioni 723 mila alla fine dello scorso anno solare. Una diminuzione pari a 818mila unità, equivalente a 480 posti persi al giorno.
L’analisi di Confartigianato si spinge poi oltre e indica come la crisi si sia fatta sentire soprattutto a livello di posti di lavoro riservati ai giovani. Gli occupati con meno di 35 anni sono infatti diminuiti di circa il 20%, il che equivale a circa 1 milione e mezzo di lavoratori in meno, mentre sono saliti gli over 55 che ancora lavorano (circa 600mila in più). Questo è dovuto in modo particolare all'aumento dell’età pensionabile che se da un lato consente allo stato di risparmiare, dall'altro finisce poi per tagliare le gambe ai giovani che tentano di entrare nel mercato del lavoro. E le prospettive di lungo periodo non sono affatto rosee: se l'economia crescerà al ritmo stimato, ci vorranno 18 anni per tornare al livello di occupazione pre crisi (2007).