«Lavoro, ripensare il modellodi sviluppo»

Pubblicato il da ilfogliorossodivicenza-nordest

Parla Francesco Garibaldo, ex direttore Ires: «I quattro punti di Camusso non bastano. E' lo Stato che deve intervenire»

«I dati sui licenziamenti appena resi noti non sono solo agghiaccianti ma dimostrano il fallimento, del resto già provato, della riforma Fornero e, soprattutto, del modello economico di sviluppo che si è costruito in questi ultimi trent'anni». Francesco Garibaldo - ex dirigente Fiom, ex direttore Ires, istituto di ricerca della Cgil, nonché membro della commissione nazionale d'indagine sul lavoro del Cnel - è netto. Le ultime cifre comunicate dal Ministero del Lavoro fotografano il dramma di una crisi annunciata: oltre un milione di licenziamenti nell'arco del 2012. Una quota che è pari a 1.027.462 con un aumento di quasi il 14% rispetto al 2011. Situazione che peggiora in modo drammatico nel corso dell'ultimo trimestre con 329.259 licenziamenti effettuati in aumento del 15,1% riferiti allo stesso periodo del 2011. Licenziamenti che riguardano non solo quelli collettivi, ma anche quelli individuali.
Le assunzioni registrano ulteriori segni negativi. Sono state oltre 2,2 milioni nel 2012, con un calo del 5,8% rispetto allo stesso trimestre del 2011. Con valori 'negativi' che riguardano soprattutto i giovani (-13,9% e -10,9% rispettivamente tra i 15-24enni e i 25-34enni) ma che coinvolgono anche i lavoratori over 55, mentre un leggero incremento riguarda gli ultrasessantacinquenni interessati da un nuovo rapporto di lavoro.

Professore, i nuovi dati sui licenziamenti sono davvero agghiaccianti. Ma qual è la sua lettura e quale la sua riflessione?
Sì, la situazione è drammatica, agghiacciante; ma, purtroppo, nota da tempo. Anche se tutti coloro che seguono le vicende del lavoro sanno bene che questo stato è andato aggravandosi e, certamente, non andrà migliorando. Per esempio: se non si metterà mano ad un rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga si aprirà un'altra falla nel sistema.

Una situazione drammatica e senza via d'uscita dunque?
La situazione è molto seria perché non è congiunturale. E' il frutto di una crisi che ha messo in discussione gli equilibri interni all'industria italiana, i rapporti tra l'Italia ed il resto del mondo. E' il risultato del modello di sviluppo che si è andato costruendo in questi ultimi trent'anni.

Come uscirne?
In realtà, per uscire da una situazione come questa occorre distinguere due piani: uno a breve, uno a medio-lungo termine. Innanzitutto, è necessario prima di tutto garantire che non ci siano ulteriori licenziamenti mettendo in moto gli ammortizzatori sociali ma sarebbe molto utile anche che si utilizzassero 'chiavi' di lavoro solidaristica, strumenti che, per esempio, oggi vengono utilizzati in modo molto modesto. Basti pensare a quello che ha fatto la Germania qualche anno fa. Naturalmente tutte queste politiche hanno un senso se sostengono decisioni di medio e lungo termine. Se si utilizzano tutti questi strumenti e non si adottano anche piani di intervento immediato, i risultati di queste politiche si vedranno tra non meno di dieci anni.

Concorda con Camusso che ha proposto un piano in quattro punti per il rilancio?
Non ho detto questo. Una prospettiva di intervento a breve e a medio-lungo termine non si realizza con i quattro punti di Camusso. Occorre andare alla radice. Va messo in discussione l'impianto complessivo di tutte le politiche europee che portano l'Italia su una strada senza via d'uscita. E' assolutamente necessario ripartire da politiche pubbliche in cui lo Stato diventi 'creatore' diretto di posti di lavoro. E sono tanti i settori in cui si può agire: penso alla messa in sicurezza del territorio per esempio. Ma, naturalmente, è necessario pensare anche ad un salario minimo, ad evitare quella concorrenza tra lavoratori che è sotto gli occhi di tutti. Trovare il miliardo di euro per finanziare la Cig in deroga, restituire i crediti vantati dalle società italiane nei confronti della Pubblica Amministrazione, abolire quella parte di Irap che tassa le imprese in base al numero dei dipendenti, consentire allentamenti al Patto di stabilità non basta. Occorre agire in modo strutturale. E' necessario un mix di politica della domanda e dell'offerta ma ci vuole anche una politica qualificata.

Questi dati, secondo lei, non dimostrano anche il fallimento della Riforma Fornero?
Credo che non si possa più davvero sparare su 'un uomo morto'. La riforma Fornero ha definitivamente congelato il mercato del lavoro. E' stata da sempre del tutto inadatta ad affrontare la situazione, è sempre stata del tutto illogica e senza senso. Adesso, dopo ormai dieci mesi dalla sua entrata in vigore, dimostra la sua totale inadeguatezza. Anche i due grandi pilastri della riforma hanno fallito: da un lato l'attesa dei nuovi ammortizzatori sociali che dovrebbero entrare a regime nel 2017 se mai lo faranno, dall'altro quella riduzione delle tutele dell'articolo 18 ha dato il via libera a quella situazione che, oggi, è drammaticamente reale. Da un lato, infatti, ridurre le tutele del lavoro ha dato il via a tutta quella serie di licenziamenti anche individuali che sono, oggi, registrati dagli ultimi dati; dall'altro, ancora, l'irrigidimento sull'eventuale uso dei contratti flessibili ha portato ad un' ulteriore perdita di posti di lavoro e a un peggioramento drammatico delle condizioni esistenti. Peggio di così, probabilmente, non si poteva fare.

Castalda Musacchio
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