Oasi di Casale, non solo copertoni: rifiuti tossici
I rifiuti tossici, centinaia di sacchi con un teschio disegnato sopra, sono ancora lì, coperti da due o tre metri di terra, sotto a un grande prato nell’Oasi di Casale. Ne è convinto Giuseppe Romio, negli anni Ottanta consigliere di circoscrizione 3 per la Dc e fra i fondatori, nel 1981, del Comitato per la difesa del territorio di Casale, S. Pietro Intrigogna e Torri di Quartesolo.
«Questa è l’oasi dei veleni e della vergogna» dice Romio. «La buca era qui, una fascia di terreno lunga cento metri e larga dieci o venti» indica il terreno nell’angolo sud-est della riserva, l’unica parte a non essere boscosa, ma tenuta a prato. «Li ho visti con i miei occhi i camion che, di notte, entravano nella cava dal cancello su strada delle Caperse, che veniva lasciato aperto. Fra il settembre e l’ottobre 1981, ogni mattina dentro la cava compariva un mucchio di questi sacchi, con disegnato un teschio e la formula del sodio bicromato, altamente cancerogeno. E ogni sera erano spariti. Dove finivano? Venivano interrati in una buca lunga cento metri, e alternati con strati di argilla».
La recente interrogazione di Liliana Zaltron (M5S), ha dissotterrato una storia che era scivolata nel dimenticatoio. L’antidoto per far tornare la memoria è un faldone che Romio conserva nella sua casa a poche decine di metri dall’oasi. Il primo foglio è una lettera del 20 ottobre 1981, firmata dallo stesso Romio e da Antonio Bigarella, allora consiglieri in circoscrizione 3. Scrivono al parlamentino di quartiere: «A seguito di un sopralluogo dei Vigili urbani (non è il primo) effettuato il giorno 13 ottobre presso le cave in via Ca’ Perse è stata constatata la presenza di un numero elevato di contenitori (sacchi) plastici che contenevano “sodium bichromate” altamente inquinante».
I due stimano in 2 o 3 mila i sacchi gettati «nelle buche delle cave attualmente piene d’acqua, a causa delle abbondanti piogge». Anziché rispettare l’obbligo di bonifica coprendo le buche con materiali inerti, i cavatori, la ditta Veronese e C., avrebbero creato «una discarica pubblica incontrollata con riporti di materiali solidi, semisolidi e liquidi di ogni genere». Il 22 ottobre il consiglio di circoscrizione approva un ordine del giorno, e lo invia ai presidenti dell’Ulss e della Regione Veneto e come esposto alla Procura vicentina.
Oggi la presenza di copertoni, polistirolo e materiali edili da demolizioni è confermata dal custode dell’oasi gestita dal Wwf, Franco Farinello: «Ogni tanto dai laghetti emergono vecchi copertoni, nel fondo devono essercene centinaia, e quando sale il livello dello stagno vengono su pezzi di polistirolo giallo che galleggiano». Ma la parte peggiore, secondo Romio e il comitato, non è negli stagni, ma accanto. I contadini della zona ricordano la strada Caperse dissestata a causa del passaggio continuo dei camion. I residui edilizi andarono a riempire i fossi laterali, tanto che ancora oggi il tratto che costeggia l’oasi è privo di scoli e quando piove tende ad allagarsi.
«Nei giorni successivi alla nostra denuncia i viaggi dei camion non cessarono, anzi aumentarono di intensità, come per finire in fretta il lavoro – racconta Romio – Il sabato di quella settimana si presentò un funzionario dell’Ulss e fece bruciare il mucchio di due o trecento sacchi arrivati la notte prima, dentro a dei grandi bidoni. Poi le ceneri residue furono imprigionate in un blocco di cemento, che avrebbe dovuto essere spedito in una discarica speciale, ma invece è stato interrato nell’oasi, poco distante dalla buca dei sacchi tossici».
È un autunno piovoso, quello dell’81, tanto che esondano i laghetti che sono andati formandosi nei bacini della cava. Racconta Romo che l’acqua che invade strade e campi circostanti è di un colore giallo intenso, che gli ricorda la tonalità del bicromato di sodio. Ma gli anni passano, la cava chiude definitivamente. Sul “che fare?” i cittadini si spaccano. Il comitato preferirebbe un parco rinaturalizzato dopo la bonifica delle “buche”, vengono raccolte mille firme. In parallelo il Wwf ne raccoglie diecimila per chiedere al Comune di creare un’oasi lasciando che la natura si riprenda il suo spazio da sola. L’amministrazione propende per la seconda, e negli anni Novanta acquisterà il terreno.
Nel 1987 è la dottoressa Maria Giacobbo, responsabile del settore Igiene pubblica dell’Ulss, a chiedere con forza una bonifica. Scrive al sindaco Antonio Corazzin, al presidio di prevenzione dell’Ulss e alla circoscrizione: racconta di aver fatto un sopralluogo nell’area con Romio, sollecita prelievi e analisi. Inoltre riferendosi alla vicina zona umida scrive di una «grave situazione igienico-sanitaria», con la presenza di «rifiuti di ogni genere, di acque stagnanti e maleodoranti, di insetti e topi», per cui «è necessario un urgente intervento di bonifica».
I prelievi finalmente vengono fatti il 21 marzo 1988, con autorizzazione del Pretore e con i mezzi del Comune, inviati dall’allora assessore all’ecologia Sergio Carta. I tecnici del presidio multizonale di prevenzione, sotto la guida del dottor Franco Carli, analizzano le acque non riscontrando inquinanti. Ma trovano i sacchi, e sono velenosi: nei «due sacchi di plastica inseriti uno dentro l’altro rinvenuti nello scavo della trincea n. 2» c’è cromo esavalente, e «il sacco interno si presenta bagnato di un liquido di colore giallo». Le ricerche però si fermano lì. «Ricordo che Carli fece fermare la ruspa alzando il braccio – dice Romio – Disse che per loro bastava così, invece di continuare a scavare. E disse che avevo “fatto tredici”, perché se non avessero trovato i sacchi avrei rischiato una denuncia per calunnia».
Il comitato torna alla carica nel maggio 1997, quando ormai il progetto dell’oasi è esecutivo. «Nel progetto non è prevista alcuna opera di bonifica» denuncia in un esposto al difensore civico Gianni Cristofari. Nella sua risposta, il 1 luglio 1997, Cristofari riporta le risposte avute dai tecnici del Comune: «All’amministrazione interessa accertare se l’area dove sono stati interrati i sacchi sia inquinata o meno. Le analisi effettuate sono tutte negative». Di conseguenza per il Comune «è irrilevante sapere il numero dei sacchi esistenti, se 500-600 come assume l’Ulss o 5-6000 come lei afferma», e si ricorda che «l’entità del fenomeno è stata ridotta» incenerendone una parte a cielo aperto. Quanto alla presenza di “rifiuti di ogni genere” – quelli di cui parlava la dottoressa Giacobbo, richiamata dal comitato – «il progetto per la realizzazione dell’oasi prevede una bonifica dell’area». La proposta di un nuovo scavo viene così respinta. L’oasi sarà inaugurata meno di un anno dopo.
Per Romio quei sacchi sono ancora pericolo. «I linfomi fra le famiglie di strada Caperse sono frequenti, le sostanze contenute nei sacchi potrebbero aver inquinato la falda da cui alcuni prelevano l’acqua con pozzi privati. Certo, è impossibile stabilire una correlazione senza analisi adeguate. Le autorità dovrebbero farle». Restano anche le domande: «Perché ai proprietari della cava non fu chiesto di smaltire correttamente quei sacchi? E da dove provenivano quei camion che arrivavano di notte?»


