Parlano i sinti di viale Cricoli: casa no, mini-campi sì
di Luca Matteazzi il 04 feb 2013 in www.nuovavicenza.it
«Chissà se erano davvero dei nomadi, noi neanche sappiamo chi fossero». C’è poco da girarci attorno: anche all’interno del campo di viale Cricoli, l’argomento del giorno è il fattaccio dei quattro ragazzi rom fatti scendere dal controllore perché puzzavano. Se ne è parlato a lungo tra roulotte e case mobili, ma le opinioni non sono tutte all’unisono. C’è chi, come Benito Bernardoni, osserva che «sui mezzi pubblici bisogna tenere un certo decoro, non è giusto puzzare», e chi, come Lorenzo Cavazza, punta dritto sul tema che da queste parti sta più a cuore: «Il problema è che si parla sempre di nomadi, in generale. E chi sono i nomadi? Sono io, siamo noi: non abbiamo fatto niente, non conosciamo nemmeno chi si è comportato male, ma è come se fosse colpa nostra. Come sempre, quando si parla di nomadi, si fa di tutta l’erba un fascio».
Bernardoni e Cavazza sono i “portavoce” del campo di viale Cricoli. Che in realtà è diviso in tre: la fetta più grande è quella ad est, dove vivono delle famiglie sinti. Ad ovest c’è un altro lotto, più piccolo, sempre abitato da sinti. In mezzo un fazzoletto con una famiglia allargata di rom, di origini slave. «Noi invece siamo italiani al mille per mille», puntualizzano Bernardoni e Cavazza, tutti e due sinti. Per chi guarda dall’esterno, sempre di nomadi si tratta. Da dentro, invece, sono due mondi diversi. «Siamo diversi in tutto: etnia, cultura, lingua, abitudini», aggiungono.
La situazione, nel campo, è a dir poco precaria. Lo spazio è quello che è, le strutture lo stesso. «Siamo uno sopra l’altro, non c’è spazio», spiegano i due indicando le roulotte parcheggiate a mezzo metro l’una dall’altra. «Dovrebbero esserci metri di distanza, invece basta allungare un braccio dal finestrino per toccare la casa dei vicini. I bambini non hanno spazi per giocare, e con una strada così trafficata di fronte non li puoi perdere di vista nemmeno un secondo. Senza contare le auto che passano insultandoci, o lanciando sassi o bottiglie. E poi i bagni: i servizi sono quelli che si usano nei cantieri, e ce n’è uno per quaranta persone».
L’altro grande problema è il lavoro. I sinti oggi si occupano soprattutto di raccolta del ferro: «Ma si fatica. Prima le aziende ci davano gli scarti da ritirare. Adesso li vendono loro direttamente: con la crisi, fanno comodo anche quei pochi euro che ricavano così». Oppure gestiscono piccole giostrine per gli spettacoli itineranti. «Qua in città non ci hanno mai dato l’autorizzazione per installarle da nessuna parte: in tutte le città c’è una zona in cui i sinti possono mettere le loro giostre, qui a Vicenza no. Il lavoro è il primo problema: siamo iscritti al collocamento da anni, e non ci hanno mai chiamati. Eppure avremmo accettato qualsiasi impiego. Se i nostri ragazzi trovano un lavoro, lo perdono appena si scopre che sono di viale Cricoli».
Un vicolo cieco. Anzi, un gatto che si morde la coda. Per uscire da questa situazione, i “nomadi”, che di nomade ormai hanno solo il nome, potrebbero cercarsi una casa, o al limite acquistare un terreno dove sistemare le loro roulotte. «Quello della casa è un problema culturale. C’è chi di noi esce dai campi, ma per la maggior parte di noi vivere in un appartamento sarebbe insostenibile esattamente come per voi vivere in una roulotte: ci sembrerebbe di soffocare». D’accordo: ma perché non arrangiarsi come fanno italiani e immigrati alle prese con gli stessi problemi? «Perché per pagare un affitto, o acquistare un terreno edificabile, serve un lavoro. E a noi il lavoro non lo danno, in quanto nomadi». E così si torna al punto di partenza.
La via d’uscita, secondo loro, stava nel progetto delle microaree: piccole zone sparpagliate per la città in cui dislocare piccoli gruppi familiari. «Assegnando un’area ad un nucleo familiare, sarebbe anche più facile controllare se ci sono comportamenti sbagliati. E le aree non avrebbero dovuto essere assegnate gratis, ma con un canone e la possibilità di riscatto in un certo periodo di tempo». Il progetto, però, si è arenato non appena si è cominciato a parlare concretamente di dove localizzare i minicampi. «L’errore è stato non darci la possibilità di presentarci nei quartieri. Se la gente ci conosce, vede che persone siamo; se no vincono i pregiudizi. È il campo unico, numeroso, che crea tensioni e problemi, un po’ come avviene per il bullismo: un ragazzo da solo non dà problemi, in gruppo può scattare il bullismo. Allo stesso modo, i campi grandi spaventano». L’ipotesi delle microaree è sparita dall’agenda, e difficilmente la si tirerà fuori dai cassetti con la campagna elettorale alle porte. «Ci abbiamo lavorato per anni – concludono Bernardoni e Cavazza – Su questo, ci sentiamo presi in giro dal Comune».
