Pd, alleanza con Monti (ma non ditelo a Vendola)
La sentenza di D’Alema parrebbe senza appello. E, magari involontariamente, rende espliciti i timori più inconfessabili del Pd riassumibili nella battuta di Crozza di qualche giorno fa: «Il Pd ha ancora un mese per perdere le elezioni».
Perdere magari no; non sembra questo uno scenario plausibile, ma certo il timore di dover scendere (salire?) a patti con Monti dopo il voto non da una posizione di forza, comincia a farsi strada tra i leader democratici. «La campagna elettorale del Pd è iniziata con il piede sbagliato – è il giudizio che Massimo D’Alema offre nella videochat della Stampa - con l'idea che avevamo già vinto: ma le campagne elettorali vanno combattute, credo che il Pd sia l'unica speranza ragionevole, ma il voto va conquistato».
E non è parlando di alleanze che si combatte, sembra sottintendere l’ex premier quando dice: «Se il leader Pdl avrà un voto in più del Pd avrà il 55% del Parlamento. Volete che torni Berlusconi? Se non lo volete l'unica alternativa è Bersani, gli altri corrono per far da contorno. Per questo il dibattito Monti o Vendola è totalmente distorsivo». Un’idea condivisa da Pippo Civati, candidato del Pd in Lombardia, secondo il quale «l'errore della campagna elettorale del centrosinistra è che la gente vuole sapere che vogliamo fare nelle cose concrete, non vuole ascoltare politicismi».
Peccato che, piaccia o no, la questione delle alleanze sia dirimente e sarebbe cosa buona e giusta rivendicarla pubblicamente per dovere di chiarezza nei confronti degli elettori. I quali hanno diritto di sapere prima che tipo di governo si ha in mente. Se Bersani ripete ogni tre per due che anche se dovesse ottenere il 51% si comporterà come se avesse preso il 49, qualcosa vorrà pur dire. E d’altra parte, è scritto nero su bianco nella Carta d’intenti controfirmata, sotto i flash dei fotografi, da Vendola e Nencini: lì si legge che i progressisti cercheranno «un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale e s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni».
Che significa? Significa «una cosa semplice, non ci possono essere fraintendimenti: un accordo di governo tra sinistra e riformista e centro», per dirla con Riccardo Nencini. Che non è affatto l’interpretazione che ne dà Vendola, cioè di una mera collaborazione per fare le riforme e basta.
Se ne ricava che, come spesso ripete Paolo Ferrero, segretario del Prc e candidato di Rivoluzione civile, l’accordo tra Bersani e Monti c’è già, perché è quello l’orizzonte strategico del Pd: fare una sorta di grande coalizione alla tedesca, da cui sarebbe escluso (beninteso) solo Berlusconi (resta solo il "dettaglio" dei rapporti di forza per come usciranno dalle urne). Perché non dirlo chiaramente e rivendicarlo alla luce del sole?
Questione di tattica: in certi casi è meglio dire e non dire. Ovvio che parlarne in campagna elettorale non faccia piacere a Vendola, ma questo non cambia la sostanza. Altrettanto ovvio che, invece, il leader di Rc, Ingroia, batta proprio lì: «Dico agli elettori, l'unico voto utile per un governo di centrosinistra è quello dato a Rivoluzione Civile». Solo così, in altre parole, si può costringere Bersani a mollare Monti (pare ne sia convinto anche Fausto Bertinotti, il quale, sebbene non confermi, viene dato in procinto di fare l’endorsement a favore dell’ex pm).
Il leader del Pd, che deve combattere su mille fronti (quello del leader di Sel, quello di Monti, quello di Berlusconi, quello di Grillo e quello di Ingroia) tanto per non lasciare nulla di intentato tira fuori dal cappello la novità (si fa per dire): «Subito una legge sul conflitto d’interessi». Che sembra fare il paio con i 4 milioni di posti di lavoro promessi da Berlusconi.