«Reddito minimo per la dignità del lavoro»
Ce lo chiede l’Europa e una volta tanto sarebbe cosa buona e giusta darle retta. Perché il reddito minimo garantito è diventato l’unica e necessaria misura per fronteggiare la crisi economica. C’è anche una risoluzione del parlamento europeo, ma l’Italia preferisce fare orecchie da mercante se non ci sono fiscal compact da approvare e debiti pubblici da tagliare.
Solo che, prima o poi, i nodi vengono al pettine e il prossimo parlamento proprio non potrà eludere il tema. Non solo perché la riforma Fornero sul lavoro in tema di ammortizzatori sociali è una riformicchia (i cui limiti verranno alla luce alla prova dei fatti), ma, soprattutto, perché a Montecitorio tempo un mesetto saranno portati gli scatoloni con le oltre 50mila firme raccolte in tutta Italia a sostegno della proposta di legge popolare, appunto, sul reddito minimo garantito.
Una proposta, come hanno spiegato ieri i promotori in una conferenza stampa alla Camera, che è il frutto di una campagna di sei mesi che ha toccato 200 città con oltre 250 iniziative tra banchetti, incontri pubblici, seminari e dibattiti e che ha visto il sostegno di 170 tra associazioni, reti sociali, movimenti, partiti, circoli territoriali, sedi sindacali e quello di importanti personalità della cultura, della politica, della società civile come Stefano Rodotà, Piero Bevilacqua, Luigi Ferrajoli, Sergio Cofferati. Una vera e propria “coalizione”, come l’ha chiamata Sandro Gobetti di Bin (Basic income network), anche a sottolineare la coincidenza delle imminenti elezioni. «Tra venti giorni, un mese, saremo di nuovo qui, con gli scatoloni e pretendiamo che la proposta di legge sia fatta propria dal nuovo parlamento, discussa e approvata entro i primi 100 giorni».
Non sarà una cosa semplice, perché come ha ricordato Stefano Rodotà, la «disciplina dell’iniziativa legislativa popolare è inadeguata. Nei quindici anni in cui sono stato deputato mai un progetto di legge popolare è stato preso in considerazione o discusso» è il suo magro bilancio. Ma i promotori confidano che a sostenere la proposta di legge - in questa «elementare battaglia di civiltà» per dirla con Luigi Ferrajoli, anche lui presente alla conferenza stampa - ci saranno quei parlamentari dei partiti e delle forze politiche come il Prc che hanno sostenuto fin qui la campagna per la raccolta delle firme e dai quali ci si aspetta che continueranno la battaglia nelle istituzioni.
Ma i promotori sperano anche in qualcosa di più: che la proposta di legge sia sostenuta trasversalmente e che il parlamento la faccia propria non solo perché ce lo chiede l’Europa (e sarebbe l’ora di smetterla col «vizio dell’europeismo schizzofrenico», chiede Rodotà), ma perché tutti i dati sulla condizione sociale in Italia sono drammatici e disegnano scenari da «default sociale», al punto da mettere a rischio la stessa «tenuta democratica» del paese. «Colpisce una fetta enorme della popolazione - spiega ancora Gobetti - e dentro ci sono tutti: giovani, precari, over 50, pensionati, famiglie numerose, migranti. Questo non può non essere il primo punto dell’agenda italiana”.
Sanno, i promotori, che le resistenze non mancano, anche là dove non te lo aspetti. «Nella tradizione della sinistra e sindacale la politica del pieno impiego viene contrapposta al reddito minimo garantito - ragiona Ferrajoli - ma invece sono connesse. Senza mezzi di sussistenza la persona è esposta al ricatto e allo sfruttamento». «La campagna è ancora aperta - concorda Fausta Guarriello, professore ordinario di diritto del lavoro all’università di Pescara - per convincere i sindacati soprattutto che la nostra proposta di legge non è in conflitto con il lavoro, ma anzi lo rafforza. Rafforza la posizione dei singoli lavoratori, nel momento in cui il diritto del lavoro viene a poco a poco smantellato e il rafforzamento del diritto individuale è un elemento di forza anche per il sindacato». Perché, in definitiva, è di questo che si tratta: permettere alle persone di conservare un minimo di dignità nella propria condizione e offrirgli gli strumenti per resistere al ricatto di bassi salari, lavori sottopagati, sfruttamento.
Per raggiungere l’obiettivo, la proposta di legge è stata pensata e studiata, anche analizzando le esperienze degli altri paesi europei (l’Italia è come al solito fanalino di coda) e quelle messe in campo a livello locale in Italia, a partire dalla legge 4/2009 della Regione Lazio, considerata un punto avanzato (e che la giunta Polverini si è ben guardata dal rifinanziare). Non si tratta, insomma, di una «elucubrazione personale», spiega Luca Santini, presidente del Bin. Il risultato di questa “osservazione sul campo” è una proposta che si pone in «rottura con molte misure assistenziali, tipo la social card, che ha la pecca di essere su base familiare e non un diritto dell’individuo». Il punto è questo: il reddito minimo deve essere un diritto della persona perché possa dispiegare i suoi effetti concretamente. La legge prevede 600 euro mensili, che corrisponde al 60% del reddito medio così come indicato dall’Europa. Destinatari i disoccupati, ma anche i “precariamente occupati”, cioè coloro che pur essendo inseriti nel mercato del lavoro sono però esclusi dall’accesso ai diritti sociali e tutti coloro che pur lavorando non guadagnano più di ottomila euro l’anno. La proposta prevede anche un sostegno alle spese impreviste e un capitolo sul reddito indiretto da demandare alla conferenza stato-regioni per quel che riguarda trasporti, istruzione, sanità, materie di competenza regionale; oltre ad una serie di leggi delega per costruire un sistema integrato di tutela al reddito, come il salario minimo orario, una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali, il generale riordino della spesa assistenziale.
Come si vede, un progetto serio e organico, «sotto il quale - avverte Gobetti - non siamo disposti a scendere». In altre parole, perché il progetto di legge possa raggiungere gli obiettivi non potrà essere stravolto introducendo vincoli troppo stretti, per esempio obbligando ad accettare qualsiasi lavoro pena la decadenza dal diritto. La proposta di legge prevede, sì, la possibilità di perdere il diritto al salario minimo in caso di rifiuto di un lavoro coerente col salario precedente o con la formazione e/o la qualifica posseduta, ma « preme sottolineare che si tratta di un diritto sociale e se lo subordiniamo troppo a dei vincoli otteniamo l’effeto contrario - spiega Luca Santini - Il Belgio è un esempio: obbligare un neolaureato a lavorare in un fast food dequalifica il lavoro e distrugge le competenze complessive della società. Oltre a drenare soldi dalle persone alle aziende. Mentre il nostro obiettivo è quello di ampliare la capacità di scelta dell’individuo nel suo percorso lavorativo e sociale».
Seicento euro al mese possono sembrare poca cosa. In realtà, il salario minimo garantito, se ben pensato e applicato, è in grado di innescare un circolo virtuoso, in grado di spezzare «il circolo vizioso del capitalismo neoliberista che sfrutta l’elemento debole della catena e ritarda l’investimento in innovazione di prodotti e tecnologia, facendo regredire la società industriale», come spiega Piero Bevilacqua. Nessuno deve essere costretto ad accettare di lavorare per 500 euro al mese e «se il lavoratore non è ricattato non ci saranno lavori a 500 euro al mese», osserva Gobetti, mentre è sotto gli occhi di tutti che «senza il reddito minimo garantito il lavoro precario e il ricatto sono debordati». Per questo, la proposta di legge popolare così come è stata pensata è il «minimo sotto il quale non siamo disposti ad andare».
Seicento euro per liberare le persone dalla precarietà, dal ricatto (della famiglia, della criminalità, del boss di turno); per ridargli dignità e fiducia nel proprio futuro. Ecco, bastano 600 auro al mese pure per combattere la mafia.
Adesso la parola passa al parlamento prossimo venturo. Ferrero conferma: «Occorre istituire subito il reddito minimo per garantire ai disoccupati la possibilità di arrivare alla fine del mese: le risorse ci sono, sono quelle che si ricaverebbero da una tassa sui grandi patrimoni». Anche Grillo è atteso al varco: nel suo programma ha inserito la proposta («un po’ confusa», dice Gobetti) di un reddito minimo per tre anni. «Perché solo per tre anni? Il reddito minimo deve essere finalizzato al miglioramento della propria condizione materiale, così come chiede l’Europa». Anche per Vendola il «prossimo parlamento dovrà fare la legge sul reddito minimo». Sempreche non sia Monti a decidere...
Romina Velchi (@rominavelchi) da www.liberazione.it ABBONATI