Fondi alle private, Bologna fa scuola e riguarda tutta Italia
da www.liberazione.it
Non era raro, quando gli studenti scioperavano negli anni 70 ad esempio per protestare contro la fatiscenza degli impianti di riscaldamento, sentire i loro padri reazionari che si lamentavano di come «ai nostri tempi ci toccava portarci il pezzo di legna da mettere nella stufa».
Bene (anzi male), quei tempi sono tornati: è sempre più frequente che nelle scuole comunali e statali i genitori debbano portare da casa carta igienica, fazzolettini, fogli da disegno, o che debbano autotassarsi per provvedere ad acquistare materiali didattici. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, sotto la quale si trovano fenomeni ben più gravi come la diminuzione delle ore di compresenza e di quelle per le maestre di sostegno, oltre alla precarizzazione del personale. Tutte cose che alla lunga influiscono sulla continuità didattica e penalizzano i più deboli, spingendo le famiglie che possono permetterselo a spostare i figli nella scuola paritaria privata, a proprie spese, e alimentando così un circolo vizioso che allarga la forbice sociale. Ogni euro recuperabile per la scuola pubblica diventa quindi prezioso.
L'Emilia è stato un duplice laboratorio in questo senso. Da un lato è stata una regione pilota per quello che riguarda la scuola materna (venivano delegazioni dall'estero a studiarne il modello) ma poi è stata la prima regione, perdipiù regione “rossa", a finanziare le scuole private sottraendo risorse alla scuola pubblica. Dall'altro lato è stato brodo di coltura per un movimento di resistenza che si muoveva in direzione ostinata e contraria rispetto a quella tracciata con egual vigore da governi di destra e altri di centro-“sinistra". A un primo referendum regionale, all'inizio del secolo, seguì l'attuazione antelitteram della riforma Moratti sempre a cura della regione “rossa" per eccellenza. Fino ad ora quando Bologna sarà teatro di un referendum comunale sulla destinazione dei fondi destinati alle scuole.
Ecco il quesito: «Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
A) utilizzarle per le scuole comunali e statali
B) utilizzarle per le scuole paritarie private
Il comitato Articolo 33 (quello della Costituzione che recita: “La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato") si batte per far votare A.
Questo perché la scuola pubblica è la scuola di tutti, laica e gratuita. Forma il cittadino democratico. Subisce tagli feroci ma i finanziamenti alla scuola privata paritaria crescono o rimangono inalterati.
Quest’anno a Bologna più di 300 bambini sono rimasti esclusi dalla scuola pubblica, che è un diritto costituzionale, per mancanza di posti e risorse. Saranno costretti a frequentare una scuola dell’infanzia privata, a pagarne la retta e a sottoscrivere un progetto educativo che non condividono (nel 99% dei casi confessionale). E l’anno prossimo quanti saranno gli esclusi dalla scuola pubblica?
I candidati sindaci alle prossime elezioni comunali di Roma, Pisa, Siena, Brescia, Ancona e Messina – insieme alle liste di cittadinanza attiva che li sostengono (Sandro Medici con la Repubblica Romana, Ciccio Auletta con Una città in Comune, Laura Vigni con Sinistra per Siena, Giovanna Giacopini con Brescia solidale e Libertaria per i Beni Comuni, Stefano Crispiani con ABC: Ancona Bene Comune, Renato Accorinti con Cambiamo Messina dal basso) hanno aderito all’appello Bologna riguarda l’Italia lanciato dal Nuovo comitato art. 33 a sostegno del referendum contro il finanziamento alle scuole d’infanzia private paritarie, e dichiarano quanto segue:
“Il referendum di Bologna ci riguarda direttamente perché lo spostamento dei fondi a sostegno delle scuole d’infanzia private nei nostri Comuni è cresciuto in modo esponenziale mentre le scuole pubbliche continuano ad essere insufficienti. Sono tanti i bambini esclusi, e tante le famiglie costrette a pagare per una scuola che dal 1968 è per legge scuola statale, mentre già dal ’71 è prevista l’erogazione di fondi ai Comuni per la loro costruzione. Questo non avviene, costringendo le famiglie a pagare rette salatissime, o a dover rinunciare per l’impossibilità di sopportare la spesa. Nel caso di Bologna poi, forse ancor più che in altre città, la violenza è duplice, perché il 96 per cento delle scuole private paritarie è cattolica, e ciò impone a molte famiglie una scelta senza alternative sull’educazione confessionale per i loro figli.
Il referendum di Bologna ci riguarda direttamente perché mentre il paese è devastato sul piano sociale, i finanziamenti alle scuole private sono cresciuti tanto quanto i tagli alla scuola pubblica, con la perdita di 250.000 posti di lavoro dei nostri cittadini, il degrado degli edifici privati della manutenzione, la mancanza di servizi, l’imposizione dei contributi cosiddetti “volontari” alle famiglie per supportare qualsiasi attività scolastica che non sia il mero servizio di base.
Il referendum di Bologna ci riguarda direttamente perché il finanziamento alle scuole private contrasta non solo con l’articolo 33 della Costituzione, ma anche con l’articolo 41, perché l’utilità sociale rappresentata dai fondi pubblici è piegata al servizio dell’impresa privata. Nelle nostre città questo si traduce in una rete di clientele politiche ed economiche che va dalle cooperative alle imprese private, dalle gerarchie sindacali alle burocrazie dei partiti, dalle parrocchie alle associazioni, determinando un sistema di potere cittadino che deve essere spezzato, e che noi stessi con il percorso che sostiene le nostre liste ci candidiamo a far saltare definitivamente.
Il referendum di Bologna ci riguarda direttamente perché l’idea con cui ci candidiamo non è quella del sindaco Merola, che si è schierato esplicitamente dalla parte di questi poteri offrendo, come fa sapere il Comitato art. 33, gli spazi di affissione comunali all’opzione B che sostiene i finanziamenti alle scuole private e limitando il numero dei seggi, inficiando così il diritto di voto per tutti.
Il referendum di Bologna ci riguarda direttamente perché è stato lanciato dai cittadini: genitori, docenti e studenti, insieme a comitati, associazioni e sindacati, ovvero a quella società civile che in modo crescente sta scegliendo di impegnarsi per decidere in prima persona sulle scelte che riguardano la propria vita, e che non teme di combattere i poteri forti perché sa che la ragione è dalla sua parte. La stessa che sta caratterizzando i comitati civici che sostengono le nostre liste.
Il referendum di Bologna ci riguarda direttamene perché come candidati sindaci e come liste di cittadinanza ci siamo uniti per combattere dalla stessa parte, la stessa da cui sta combattendo la società civile di Bologna. Riteniamo che, al di là delle elezioni in cui siamo impegnati, questo debba essere un percorso costituente per costruire una rete di città solidali, per spazzare via quella cultura basata su competitività e autoritarismo che ci ha troppo a lungo separati costringendoci in una dimensione angusta, e per riaffermare il valore della libertà attraverso la ricostruzione della democrazia reale in tutte le città, e in tutto il paese. Bologna ce ne offre l’occasione, per questo Bologna riguarda l’Italia".