Bologna, quel referendum che fa paura al Pd
Possiamo dire che, per alcuni aspetti, il Comitato Articolo 33 - promotore del referendum bolognese per fermare il finanziamento alle scuole d'infanzia private - ha già vinto. La scadenza referendaria è diventata, contro ogni aspettativa, centrale nel dibattito pubblico e politico bolognese, ed ora il Partito Democratico comincia a temere seriamente l'esito della consultazione del 26 maggio.
Che stia salendo la paura di perdere si capisce dai toni e dalle gaffes della "prima fila" dei democratici. Il Sindaco Merola, qualche giorno fa, aggrappandosi al carattere meramente consultivo del referendum, è arrivato a dire che continuerà a sostenere con le risorse comunali il sistema misto pubblico-privato dell'infanzia bolognese indipendentemente dal voto degli elettori. Bell'idea di democrazia! Ma non è finita: l'assessore Lepore ha definito i sostenitori del quesito «marziani», mentre il segretario provinciale del Pd ha cercato di derubricare il tutto a «referendum del cuore». Insomma, siamo praticamente all'insulto travestito da banalità.
Ci sono due aspetti, in particolare, che preoccupano il massimo partito di governo emiliano-romagnolo. Il primo è l'ampiezza del fronte contro il finanziamento alle private: c'è lo "storico" e articolato movimento bolognese per la scuola pubblica, la Flc-Cgil, la Fiom, i sindacati di base, i partiti della sinistra (Rifondazione, Sel, Pdci e Verdi), l'Italia dei Valori, i Cinquestelle, e gran parte della "società civile" di sinistra bolognese. Inoltre, a fare ulteriormente salire la temperatura, hanno contribuito diverse personalità della sinistra e del mondo laico bolognese ed italiano che si sono espresse per la soluzione A (nel quesito bolognese, votare A significa azzerare i sostegni economici alle private; B mantenerli): l'attore Ivano Marescotti, il collettivo di scrittori Wu Ming, Stefano Rodotà, Margherita Hack, Daniele Silvestri e altri ancora. Per l'opzione B, invece, sono andati a fare compagnia al Pd il centrodestra, la Cisl e la Curia.
Il secondo aspetto sta nella capacità del fronte referendario di unire i principi, non è un caso il richiamo del comitato all'articolo 33 della Costituzione, alla concretezza. Chi pensa di disinnescare il referendum denunciandone il carattere "ideologico" rischia di essere smentito e di non fare una gran figura. Il Comune di Bologna, infatti, dà un milione e passa di euro all'anno a ventisette scuole private (di cui venticinque cattoliche). All'inizio di quest'anno sono rimasti fuori dalle scuole pubbliche 463 bambini, scesi però a 103 con l'apertura di nove classi comunali. Nel frattempo, però, nel privato risultano ad oggi ancora 95 posti liberi. E' una contraddizione apparente, poiché in realtà le rette delle scuole private, che arrivano anche a mille euro mensili, sono spesso proibitive.
Al contrario, si potrebbe dire che "ideologici" e politicisti sono coloro che hanno sostenuto e sostengono le convenzioni con i privati. Il perché lo ha spiegato bene il giornalista Michele Smargiassi di "Repubblica": «Il punto in realtà non è l'emergenza posti. Perché quando il sistema del finanziamento alle private fu creato, quasi vent'anni fa, quel problema non c'era affatto: le materne pubbliche davano risposte a tutte le richieste. Perché allora si decise la generosa dazione? Per ragion politica. Era il '94, e a Bologna, incubatore civico dell'imminente Ulivo, stava maturando l'incontro tra ex-dc ed ex-pci, il sindaco Vitali portava in giunta i cattolici, e l'accordo con la Fism, influente associazione nazionale delle scuole cattoliche, fu il pegno d'amore di quel matrimonio. Adesso non si può rompere per ragioni analoghe».
Nel frattempo il 26 maggio, la data del voto referendario, si avvicina, e la vittoria del referendum è possibile. La mobilitazione ampia e permanente in corso lo dimostra, e il nervosismo dei sostenitori dell'opzione B non è casuale.